Benvenuto Vescovo Antonio: aiutaci ad essere contemplativi nelle strade della nostra città

Cremona ha un nuovo Vescovo: è monsignor Antonio Napolioni. Lo abbiamo accolto con tutte le autorità civili in piazza del Comune prima di partecipare alla liturgia di ordinazione episcopale in Cattedrale, presieduta dal predecessore mons. Dante Lafranconi.

Mi piacerebbe che a parlare in questo momento, in cui, a braccia aperte, la accogliamo nella nostra amata città, non fossi io, ma fossero direttamente altre voci. Tuttavia, poiché sono pro tempore sindaco di Cremona, in quanto tale, posso chiederle un favore, carissimo Vescovo Antonio: senta dentro la mia voce altre voci. Quali dunque?

Innanzitutto quelle di molti bambini, perché sono loro al centro e le scuole sono il cuore della nostra città e della comunità.

Ma anche le voci di tante persone che vivono negli ospedali e nelle case di riposo, perché dove ci sono dolore e gesti di cura, lì c’è l’essenziale del vivere.

E poi le voci dei ragazzi disabili, che fanno attività e sport nella nostra città insieme a tanti normodotati, perché ci aiutano a scoprire che la normalità è lì dove ci sono relazioni intense di prossimità.

E la prego di sentire anche la voce di chi è in cerca di lavoro, i giovani certo, ma anche chi magari con famiglia a carico ha perso il lavoro a 50 anni, perché perdere il lavoro è dramma, di cui tutta la comunità deve farsi carico, immaginando con speranza (e, oggi, la speranza è un dovere) e creatività nuove traiettorie di sviluppo.

Non posso dimenticare le voci dei rifugiati che abbiamo accolto in città, perché, nella costante attenzione alla sicurezza, se una città perde la capacità di farsi casa per chi è forestiero è una città che perde la capacità di essere casa per tutti.

Sì, certo, nella mia voce anche le voci di chi sta bene, perché questa è una città in cui molti cittadini vivono con serenità la loro esistenza.

Ma so che condividiamo tutti il punto essenziale: l’ascolto delle fragilità viene prima di tutto, perché le fragilità ci educano e ci insegnano il vivere: siamo tutti fragili e una comunità ha senso se la cura delle fragilità di ognuno diventa forza e coraggio per tutti. Siamo la terra di S. Omobono, lei lo sa Eccellenza: S. Omobono è la cura della fragilità nella normalità dell’esistenza. Però abbiamo bisogno di alimentarla questa capacità di cura e per farlo ci aiuti a recuperare una cura profonda di una spiritualità intensa, ed è vero anche per una comunità civile: contemplativi dell’uomo e del più debole innanzitutto nelle strade della nostra città (come direbbe Maritain), essere contemplativi nelle strade della nostra città significa riscoprire la sacralità dell’incontro con l’altro nella normalità dell’esistenza anche civile di una comunità. A volte ce ne dimentichiamo e prevalgono logiche di egoismo e individualismo.

E allora ci aiuti a riscoprire noi stessi, chi siamo, il percorso dal quale veniamo: ci aiuti a riscoprire le nostre radici cristiane, lo dico con la consapevolezza della caratteristica di “laicità” dell’ufficio che ricopro in questi anni della mia vita. Laicità non è neutra presa di coscienza di una pluralità di opinioni, ma, proprio dentro la varietà delle opinioni e a partire da essa, è ricerca insieme di significati comuni, di valori condivisi e la vita democratica si fonda su questa ricerca. S. Omobono ci indica strade possibili nella ricerca e nell’incarnazione di valori intensamente umani che devono fondare la nostra comunità.

Ho due proposte eccellenza:

Continuiamo a lavorare insieme rafforzando quelle reti di comunità presenti nei nostri quartieri, costruiamo insieme nuove risposte alle povertà con quel mondo cattolico fatto di storie di gratuità e servizio di cui la nostra città è così magnificamente ricca, sempre nel segno di S. Omobono.

Alimentiamo la capacità di coltivare lo spirito, uno spirito civile, umano, pieno e ricco, capace di sperare. Le nostre Chiese contengono e custodiscono scrigni di tesori: sono i racconti di umanità e di fede narrato negli affreschi, nei dipinti, nelle architetture. Studiamo percorsi, inventiamo occasioni perché questi dipinti parlino, le opere d’arte raccontino a credenti e non credenti la buona novella, che è poi la Buona Novella di S. Omobono.

Concludo nostro carissimo pastore, Vescovo Antonio. Le sono profondamente grato, anche per il rapporto così intenso e vero di cui mi sembra fin dai primi giorni lei mi abbia onorato, come ha onorato tutte le persone che ha incontrato. Perché la sua accogliente umanità ci sia di esempio e ci aiuti a costruirla questa comunità. Anche civile. Ci aiuti anche in questo. Ci aiuti a fare unità, a costruire una comunità più coesa, più unita, meno frammentata, separata, divisa al suo interno. Ci aiuti ad acquisire uno sguardo che sappia aprire la nostra mente, incontrare altre città, allargare i confini, cercare nuove alleanze, nuovi sguardi. Insomma in una parola ci aiuti ad essere magnanimi, ad avere l’animo grande di S. Omobono, che è poi animo di mitezza, di umiltà, di sapienza, capace di costruire comunità nella ricerca di un bene comune, a partire dall’ascolto innanzitutto di chi è fragile.

Grazie, Vescovo Antonio, benvenuto a Cremona.

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