25 aprile: mai indifferenza e rassegnazione di fronte all’odio!

Del viaggio della memoria a Dacau con 850 ragazzi di tutte le scuole della provincia di Cremona e in particolare di quella giornata passata nel campo di concentramento, due cose mi hanno colpito: il silenzio e gli occhi.

Il silenzio in quelle stanze. Vi chiedo una cortesia, magari qualcuno di voi potrebbe dire: ‘queste cose le abbiamo già sentite mille volte’, vi chiedo la pazienza di attendere un attimo e immaginare la scena, accompagnarmi, se volete.

Ecco la prima stanza: vuota e spoglia, era lì che aspettavano le persone. Attendevano che cosa? Di essere uccisi certo, ma qualcosa di molto più drammatico, attendevano l’atto finale di un lungo percorso di morte, un percorso dei mesi e degli anni precedenti dentro il campo, un percorso di annientamento della loro umanità.

Ecco poi la stanza con i fori per il gas e lì morivano … 

E infine la stanza vuota, un abisso di vuoto, di nulla: pavimento spoglio, pareti spoglie. Ma le foto appese ricordano che cosa c’è stato lì, in una certa stagione di quel campo di morte: cumuli di cadaveri. Ammassati uno sull’altro. Indistinguibili.

‘Sì ok, ma queste immagini le abbiamo già viste mille volte!’, diranno alcuni, ‘sì ok, ma quante altre stragi ci sono nel mondo?’, altri diranno.

Tutto vero, sia per la prima che per la seconda affermazione. Ma ora io vi sto chiedendo una sola cosa semplice, semplicissima:

‘Sapete immaginare quale fosse il suo nome?’

E voi potreste chiedermi: ‘Il nome di chi?’ 

‘Di quel corpo’

‘Quale?’

‘Nel terzo strato di corpi, quel corpo di cui si riconoscono solo i piedi e le gambe’.

Io non so immaginare il suo nome, si è perso quel nome, l’abbiamo perso, non sappiamo chi fosse quell’uomo, non sappiamo più chi è l’uomo.

Gli occhi. Fuori da quelle stanze c’era lui, vecchio, Riccardo Coruppi, era lì in quel campo quando di anni ne aveva 17, ora ne ha 91. È lì, fuori dalle stanze della morte, stretto nel suo cappotto, quasi immobile nel suo stare in piedi, fermo ad attendere, anzi fermo ad attendermi. E anche quando non parlava, parlavano i suoi occhi, mi fissavano, ti fissavano e dicevano e gridavano: guarda che è tutto vero, guarda che è accaduto, io c’ero, io ero lì, io ho visto, patito, vissuto.

Parto da qui, dal silenzio e dagli occhi, per farvi e farci una domanda: e voi? noi? e tu, tu, tu, tu? e io? Che decisione prendiamo, oggi? Noi che viviamo oggi, in questo continente in cerca di se stesso, in questa città di Cremona, noi, in questo 25 aprile 2018, da questa piazza, nella nostra città, che decisioni prendiamo oggi, al lavoro, sui social, nel volontariato, in famiglia, con i giovani?

Facciamoci aiutare da un’altra storia, vera, dei nostri giorni, storia di una donna che ha vissuto e vive il suo 25 aprile. E ha preso una decisione.

Una giovane donna, alta 1.52 cm, energia e forza e saggezza, Malala. I talebani in Pakistan le hanno sparato. Nel suo discorso alla cerimonia del Nobel per la Pace che le è stato attribuito, dice così:

“Avevo due scelte una era rimanere in silenzio e aspettare di essere uccisa, l’altra era parlare apertamente e poi essere uccisa. Ho optato per la seconda, ho scelto di parlare apertamente. Non potevamo assistere passivamente alle ingiustizie dei terroristi che negavano i nostri diritti. È ora di prendere posizione. Rifiutare i pregiudizi su casta, credo, colore, religione o identità sessuale. Vogliamo scuole e educazione. Le nostre parole possono cambiare il mondo.”

Io non so il nome di quella persone morta nel terzo strato di cadaveri, solo piedi e gambe. Ma le dobbiamo fare una promessa.

– Che staremo in piedi anche noi d’ora in poi, ci guarderemo a vicenda, guarderemo anche le persone che non sono in questa piazza, quelle che dicono, “non ci interessa”, le guarderemo con uno sguardo che dirà invece: mi interessa la vita di tutti, la storia comune, il bene comune, la nostra città non la mia città, la nostra terra non la mia terra.

– Che useremo parole sagge, parole nuove, parole buone! e saremo coerenti con queste parole. Ma non perché siamo illusi o stupidi, ma perché crediamo e sappiamo che le parole e i gesti di senso possono cambiare il mondo, anche il mondo del nostro vicino di casa, che è importante, comunque.

– E che parleremo con chi non è qui. Che gli diremo: possiamo avere posizioni differenti, idee differenti, ma quando un uomo, di qualunque paese, colore, cultura, lontano o vicino a noi, non è più considerato uomo, quando non sappiamo riconoscere il suo nome e neppure ci interessa, allora ognuno di noi perde la sua umanità. Su questo dobbiamo essere concordi. Su questo non ci possono essere dubbi.

Molto più dell’odio, fu l’indifferenza a distruggere. E ancora oggi l’indifferenza distrugge.

Molto più dell’odio fu la rassegnazione a distruggere. E ancora oggi la rassegnazione distrugge.

E allora ce lo chiediamo da questa piazza bellissima: che decisione prendiamo oggi? Guarderemo spargere nuovo odio senza fare nulla? Il 25 aprile impone una risposta e decisioni. È fondamentale!

Il 25 aprile

è decidere di non fare il gioco di uomini che fanno e dicono cose malvagie o anche solo cose stupidamente superficiali ma che instillano il seme dell’odio;

è decidere di non stare in silenzio di fronte alla violenza che nega l’umanità dell’altro soprattutto se diverso da me: a volte questa violenza può sembrare piccola e insignificante ma poi diventa un fiume che travolge;

è non essere mai, mai, mai indifferenti e rassegnati di fronte al male.

è promettere che mi interessa il nome dell’altro.

Questo è il 25 aprile: risveglio di una coscienza, della mia coscienza, della nostra coscienza, e così diventa risveglio di comunità e di speranza. Parliamo, guardiamo e facciamo come Riccardo, come Malala. Il 25 aprile è giorno di speranza e di decisioni. Perché l’Italia viva, l’Europa viva. Perché il nome di ogni uomo viva e non sia dimenticato. Viva il 25 aprile dunque, viva così il 25 aprile.

Minuto di silenzio in Consiglio per la strage in Kenya: l’odio non si sconfigge con l’odio, abbiamo il compito della convivenza

In un mondo sempre più in tensione, le vie della pace sono oscurate da violenza e odio. E la religione, come altre volte volte è accaduto, troppe volte, diventa il luogo dello scontro e dell’estremismo. Oggi tutto il mondo musulmano deve continuare lì dove ha iniziato, ovvero da quel cammino di consapevolezza e di rinnovamento. Isis, Al-Qaeda, Boko Haram, Al-Shabaab stanno gareggiando in una folle gara di odio e violenza e stanno distruggendo vite e futuro, anche per i musulmani stessi.
Nella recente strage accaduta in Kenya sono stati ammazzati cristiani e studenti. L’odio contro chi adora un altro Dio e l’odio contro la cultura e lo studio: questo è l’odio che uccide il futuro.
Non solo in Kenya. La violenza si fa strada anche nelle nostre strade e nelle nostre città dove, come al Tribunale di Milano, si è vestita di motivazioni complesse, che sanno di crisi e di paura. E’ anche una violenza che prima di tutto, come molte altre volte nella storia del mondo, si fa strada nelle nostre coscienze. E diventa rabbia e odio e rancore.
Allora come sconfiggere questa violenza? Certamente c’è una logica di sicurezza e ci sono strategie geopolitiche, ma noi qui ora abbiamo un dovere. Ne siamo profondamente convinti: la cultura oggi è il nuovo nome della pace. Dobbiamo seminare cultura, che significa anche mettere a posto le scuole, e credere, anche affermandolo a partire dalle nostre istituzioni, in una Europa che sia più capace di costruire una politica comune.
Abbiamo una chiara consapevolezza. Non si sconfigge l’odio con l’odio. A noi compete la costruzione di convivenza, difficile e altissimo obiettivo da perseguire insieme. Noi siamo intenzionati a rispondere all’odio con nuove prospettive di pace.